RIORGANIZZAZIONE DI UN GRUPPO INDUSTRIALE DA 500M: LA COSTRUZIONE DEL CAVEAU GIURIDICO

Struttura industriale multilivello nel settore energia, con livelli operativi distinti che richiedono una chiara separazione tra comando strategico e gestione operativa.

Data
31.01.2026

Autore
Matteo Rinaldi

Rappresentiamo la riorganizzazione di un gruppo industriale da 500M nel settore energy. Dall’analisi dell’organigramma reale è emerso un disordine strutturale che esponeva il vertice a responsabilità risalenti. Attraverso una Società Semplice apicale e una nuova architettura statutaria, abbiamo costruito un caveau giuridico capace di blindare il comando, isolare il patrimonio dai rischi operativi e garantire la continuità aziendale contro il rischio uomo chiave.

DAL DISORDINE STRUTTURALE ALL’IMMUNITÀ DEL COMANDO: IL CASO DI UN GRUPPO ENERGY

Con questo contributo rappresentiamo la riorganizzazione di un gruppo industriale attivo nel settore energia, con un fatturato complessivo superiore a 500 milioni di euro, sviluppato su una struttura societaria multilivello così come emergeva dall’organigramma di partenza.

In questo scenario di riorganizzazione di un gruppo industriale, al vertice si collocava una Società Semplice, partecipata dal fondatore e da soggetti familiari, affiancata da ulteriori veicoli patrimoniali e da livelli intermedi di investimento e coordinamento, fino a una Holding di capitali e a una costellazione di società operative, in parte partecipate anche da soci terzi, attive in Italia e in diverse giurisdizioni europee.

A questi livelli, la criticità non riguarda la liquidazione delle partecipazioni — tema marginale per gruppi già strutturati — ma la capacità dell’assetto di impedire che un errore operativo, una decisione mal governata o una tensione finanziaria nelle controllate venga ricostruita come esercizio di comando dal vertice, attivando pretese di responsabilità risalenti e rendendo solo apparente la separazione tra patrimonio e impresa.

L’intervento nasce da un primo incontro richiesto dall’Amministratore Delegato del gruppo, imprenditore milanese abituato a strutture complesse e a decisioni rapide. La richiesta iniziale era apparentemente circoscritta: un parere sulla tenuta della Società Semplice rispetto alle obbligazioni personali del socio e una verifica di coerenza dell’assetto complessivo così come si era formato nel tempo. Non una riorganizzazione. Non un progetto straordinario. Solo la necessità di comprendere se ciò che appariva ordinato lo fosse davvero.

La domanda era legittima. Il problema non stava nella domanda.

All’apparenza il gruppo funzionava. Le società erano formalmente in linea, i bilanci coerenti, le partecipazioni allocate secondo equilibri consolidati. Entrando sotto la superficie dell’organigramma e degli atti, tuttavia, l’ordine contabile lasciava spazio a un disordine strutturale silenzioso. La compresenza di soci familiari e soci terzi, la stratificazione di veicoli patrimoniali e societari e l’estensione dell’operatività anche all’estero rendevano non immediata la distinzione tra controllo patrimoniale, indirizzo strategico e rischio operativo.

Il problema non era la singola società, ma la perdita progressiva di controllo generata da una somma di assetti formalmente corretti e strutturalmente scollegati. La sicurezza percepita non derivava da una progettazione consapevole, ma dall’abitudine. È in questa fase che i gruppi complessi iniziano a perdere tenuta, senza accorgersene.

A quel punto il lavoro ha cambiato natura. Non si trattava più di fornire un parere isolato, ma di ripensare l’architettura complessiva del gruppo a partire dall’organigramma reale. L’intervento non ha riguardato singoli atti o correzioni marginali, ma la costruzione di una catena di comando coerente, nella quale comando, rischio e patrimonio fossero distinti in modo strutturale. Non è stato ridisegnato un organigramma: è stata costruita un’infrastruttura giuridica di gruppo.

Il progetto si è sviluppato nell’arco di sette mesi ed è stato concluso a gennaio 2026. Non è una storia di ottimizzazione. È una storia di tenuta, controllo e continuità aziendale.


LA LETTURA DELL’ORGANIGRAMMA REALE: EMERSIONE DEL DISORDINE STRUTTURALE

Il lavoro è partito dall’organigramma formale del gruppo. In apparenza, la struttura era chiara: una Società Semplice apicale, una società intermedia di investimento, una holding di capitali e, a valle, una costellazione di società operative e partecipate, distribuite tra Italia ed estero. Letto sul piano formale, l’assetto restituiva l’immagine di un gruppo ordinato, con livelli distinti e una catena di controllo apparentemente lineare.

È proprio da questa lettura apparentemente lineare che nasceva la domanda iniziale del vertice, non sulla crescita, ma sulla tenuta della struttura quando operatività, debito e rischio iniziavano a muoversi contemporaneamente lungo più livelli.

Entrando nel dettaglio, però, l’organigramma raccontava una storia diversa. La Società Semplice apicale deteneva il controllo del sistema, ma lungo la catena partecipativa comparivano, come soci, ulteriori Società Semplici riconducibili a soggetti terzi, spesso titolari di partecipazioni di minoranza nelle società di capitali intermedie e operative. Non si trattava quindi di livelli di comando alternativi, ma di presenze patrimoniali laterali, formalmente legittime ma giuridicamente rilevanti.

Fin dall’alto emergeva una prima ambiguità: il vertice patrimoniale coincideva solo in parte con il vertice decisionale, perché accanto al socio fondatore operavano soggetti — familiari e terzi — titolari di diritti patrimoniali e, in alcuni casi, di leve indirette idonee a incidere sul processo decisionale.

Scendendo lungo la catena, la Holding risultava titolare di partecipazioni in società operative chiave, alcune integralmente controllate, altre caratterizzate dalla presenza di soci industriali e finanziari terzi, inclusi veicoli patrimoniali non operativi. In più casi, le Società Semplici dei soci terzi figuravano come partecipanti di minoranza, creando cortocircuiti potenziali tra proprietà, indirizzo strategico e gestione operativa. A valle, ulteriori partecipazioni generavano una seconda e terza linea di controllo, con ramificazioni in Italia e all’estero.

Il problema non era la complessità in sé. Il problema era che, leggendo l’organigramma insieme agli atti, non risultava immediatamente comprensibile dove si decidesse davvero, né come il rischio operativo potesse risalire verso il vertice in presenza di soci non gestori ma strutturalmente esposti.

La catena di controllo esisteva. La catena di comando, invece, era solo implicita.

Il punto di rottura non riguardava la compliance formale, ma la mancata perimetrazione della direzione e coordinamento all’interno del gruppo. In una struttura così stratificata, l’ingerenza del vertice patrimoniale nelle società operative poteva essere ricostruita ex post senza che fossero presenti filtri statutari coerenti con la presenza di soci terzi e di management locale. Questo esponeva il livello apicale a un rischio concreto di imputazione delle scelte gestionali delle controllate, anche in ambito estero, in presenza di ordinamenti diversi.

È stato quindi necessario scardinare l’automatismo per cui il controllo proprietario veniva letto come comando operativo, sostituendolo con un sistema di deleghe funzionali, presìdi decisionali e clausole di manleva capaci di isolare in modo strutturale il patrimonio del fondatore dalle dinamiche operative del gruppo e dalle posizioni dei soci non gestori.


LA SOCIETÀ SEMPLICE APICALE: IL CAVEAU DEL PATRIMONIO

Una volta bonificato il disordine strutturale emerso nella fase iniziale, il cuore dell’intervento si è concentrato sulla Società Semplice apicale. In un gruppo con un fatturato di circa 500 milioni di euro, la Società Semplice non può essere trattata come un semplice contenitore di partecipazioni. Deve essere progettata come livello ultimo di comando e di protezione, capace di reggere lo stress che risale dall’intera catena industriale.

La prima scelta è stata abbandonare qualsiasi modello standard. Lo statuto originario della Società Semplice, contenuto in un atto di undici pagine, era formalmente corretto ma del tutto inadeguato a svolgere una funzione di vertice in un gruppo multilivello. Non governava il comando, non intercettava il rischio, non dialogava con la complessità sottostante. La Società Semplice è stata quindi riprogettata attraverso uno statuto integralmente riscritto, arrivando a una struttura di oltre ottantacinque pagine, non per accumulo normativo, ma per architettura consapevole.

In questo contesto, il tema della circolazione delle quote è stato affrontato non come questione formale, ma come elemento di difesa del comando. Le regole sono state riscritte in modo da rendere la Società Semplice non attraversabile da soggetti terzi e da creditori personali, trasformandola in un filtro strutturale. L’obiettivo non era rendere impossibile l’uscita, ma fare in modo che qualsiasi tentativo di aggressione risultasse inefficiente e incapace di incidere sul controllo del gruppo.

Parallelamente, è stata ripensata la governance interna. È stata operata una separazione netta tra diritti patrimoniali e poteri di indirizzo strategico, superando i cortocircuiti emersi nella fase di mappatura. La Società Semplice è stata configurata come sede delle decisioni di fondo, con regole puntuali su chi decide, su cosa e in quali casi, indipendentemente dalla complessità delle partecipazioni sottostanti e dai flussi economici che attraversano la holding e le società operative.

Un ulteriore livello di intervento ha riguardato il tempo. La struttura non è stata pensata solo per reggere l’assetto attuale del gruppo, ma per assorbire il futuro senza traumi. Lo statuto è stato progettato per gestire eventi successori e passaggi generazionali senza dispersione del comando, consentendo al valore di fluire verso gli eredi senza che la guida del gruppo venga frammentata o indebolita.

Al termine di questa fase, la Società Semplice ha assunto una funzione completamente diversa rispetto al passato. Non è più una voce nell’organigramma, né un contenitore passivo di partecipazioni. È diventata un caveau giuridico: un livello che non opera, non rischia, ma governa e protegge. È su questa base che l’intera struttura ha potuto ritrovare stabilità, rendendo il gruppo capace di resistere a pressioni operative, finanziarie e personali senza perdere controllo né continuità.

In questo modo, la Società Semplice è stata trasformata da contenitore passivo a regolatore del comando patrimoniale. Le vicende personali dei soci sono state definitivamente separate dalla continuità dell’impresa, senza forzature e senza artifici. La distinzione tra diritti patrimoniali e poteri di indirizzo strategico ha restituito stabilità alla catena decisionale, mentre la progettazione dello statuto in funzione del tempo ha reso il passaggio generazionale un evento governabile, non un fattore di rischio. È in questo punto che la Società Semplice ha cessato di essere una riga nell’organigramma ed è diventata il caveau giuridico dell’intero gruppo.


LA HOLDING COME SNODO DI COORDINAMENTO E LA RISCRITTURA DELL’ARCHITETTURA DI GRUPPO

Dopo aver ricostruito l’organigramma reale e riprogettato la Società Semplice come vertice di comando patrimoniale, l’intervento si è concentrato sul livello più delicato dell’intera struttura: la holding e le società di coordinamento intermedie. È qui che, nel tempo, si era accumulata la maggiore ambiguità tra indirizzo strategico, rischio operativo e gestione quotidiana.

La holding non presentava criticità formali. Era regolarmente costituita, operativa, centrale nei flussi economici e nelle partecipazioni. Il problema era funzionale. Assorbiva responsabilità, contratti e decisioni senza che i diritti associati alle partecipazioni, i poteri di direzione e le regole di controllo fossero coerentemente allineati alla complessità del gruppo e al ruolo del fondatore, in un contesto caratterizzato dalla presenza di soci familiari e soci terzi.

Il primo intervento ha riguardato proprio questo disallineamento. I diritti non sono stati letti in termini percentuali, ma in termini di funzione. Sono stati ridefiniti i presìdi decisionali sulle operazioni rilevanti, chiarendo quali decisioni dovessero essere assunte a livello di gruppo e quali potessero restare in capo alle singole società operative, anche in presenza di assetti misti. In questo modo il ruolo del fondatore è stato reso coerente e difendibile, senza forzare equilibri partecipativi, ma sottraendo la strategia alle dinamiche contingenti dell’operatività.

Questo riallineamento ha imposto un passaggio più profondo: la riscrittura integrale degli statuti. I documenti originari, spesso contenuti in quindici pagine, erano il prodotto di un approccio standardizzato, adatto a società isolate ma del tutto insufficiente per governare una catena multilivello con ramificazioni estere e soci terzi. La riorganizzazione ha portato a statuti di oltre sessanta pagine, non per accumulo normativo, ma per progettazione consapevole.

In questa fase sono stati distinti e ordinati i diritti amministrativi, di direzione e di controllo, eliminando sovrapposizioni che nel tempo avevano generato poteri informali e zone grigie. I poteri decisionali sono stati associati a ruoli e funzioni precise, rendendo chiaro chi decide, su cosa, con quali limiti e con quali meccanismi di controllo. Parallelamente, sono state introdotte procure speciali e deleghe operative mirate a favore del management, calibrate sull’effettiva responsabilità delle singole funzioni, senza esporre il vertice patrimoniale a rischi impropri.

Il coordinamento non è stato affidato a prassi o relazioni personali, ma incorporato nelle regole. Tutti gli statuti delle società del gruppo sono stati riscritti o riallineati in modo coerente, così che la holding potesse esercitare un coordinamento effettivo senza forzare la struttura. Ogni società è stata regolata in funzione del ruolo reale che svolgeva nella catena, evitando che entità operative, di progetto o di investimento fossero governate da modelli indistinti.

Il risultato di questa fase è stato il recupero di una linearità decisionale compatibile con una struttura complessa. La holding ha smesso di essere un contenitore esposto al rischio di trascinamento ed è diventata il livello di traduzione dell’indirizzo del vertice in regole operative stabili. In questo punto la riorganizzazione ha raggiunto il suo equilibrio: il comando è rimasto al vertice, il rischio è stato contenuto nei livelli operativi e la struttura è diventata governabile nel tempo, anche sotto pressione.


L’ASSETTO OPERATIVO FINALE E LA CONTINUITÀ DELLA CATENA DI COMANDO

Una volta stabilizzati il vertice patrimoniale e il livello di coordinamento, l’ultimo passaggio ha riguardato il livello operativo del gruppo, composto da società per azioni, società a responsabilità limitata e partecipazioni estere attive in più giurisdizioni. È su questo perimetro che il gruppo genera ricavi, assume debito, stipula contratti e concentra il rischio industriale. Ed è su questo livello che una struttura mal progettata tende a collassare.

Prima dell’intervento, le società operative erano governate da statuti formalmente corretti ma funzionalmente indistinti. Entità con ruoli profondamente diversi – società industriali, veicoli di investimento, joint venture con soci terzi – erano regolate secondo modelli simili, senza una distinzione chiara tra ciò che poteva essere deciso localmente e ciò che doveva risalire lungo la catena. Questo rendeva il sistema dipendente dalle persone e dalle prassi, non dalle regole.

L’intervento ha riguardato innanzitutto la riclassificazione funzionale delle società operative. Ogni entità è stata inquadrata in base al ruolo reale svolto nel gruppo: produzione, sviluppo, investimento, presidio territoriale, veicolo estero. A ciascuna funzione è stato associato un assetto statutario coerente, evitando che società ad alto rischio operativo fossero dotate di poteri o autonomie incompatibili con la loro posizione nella catena.

Questo approccio è stato applicato in modo uniforme anche alle società estere, superando la logica dell’adattamento locale non coordinato. Le differenze normative sono state assorbite, ma il principio di fondo è rimasto unico: il rischio resta dove nasce, il comando non si sposta, il patrimonio non è attraversabile. In questo modo, le partecipazioni in Spagna, Regno Unito e Romania sono state integrate nella stessa architettura di gruppo, senza creare varchi o discontinuità.

Un punto centrale ha riguardato la distribuzione dei poteri operativi. Le società a valle sono state dotate di deleghe e procure coerenti con la gestione quotidiana, ma prive di capacità di incidere sulle scelte strategiche o sul controllo. Il management ha poteri chiari e definiti, ma non può trascinare il vertice in decisioni emergenziali né generare responsabilità improprie a monte. Questo ha restituito autonomia operativa senza compromettere la stabilità del sistema.

Il risultato finale non è una struttura rigida, ma una struttura prevedibile. Quando una società operativa entra in tensione, l’effetto resta confinato. Quando si apre un contenzioso, la responsabilità non risale automaticamente. Quando una partecipazione estera attraversa una fase critica, la catena di comando resta intatta. Il gruppo continua a funzionare perché ogni livello fa solo ciò per cui è stato progettato.

È in questo punto che il progetto si chiude. Non con un miglioramento estetico, ma con una continuità strutturale verificabile. Il comando resta al vertice, il rischio resta a valle, il valore può risalire senza portarsi dietro instabilità. Questa non è una struttura “più ordinata”. È una struttura che regge nel tempo.


APPROFONDIMENTI CORRELATI


CONCLUSIONI – QUANDO LA STRUTTURA SMETTE DI DIPENDERE DALLE PERSONE

Questo caso studio non racconta una riorganizzazione societaria nel senso tradizionale. Racconta il passaggio da una struttura cresciuta per stratificazione successiva a un’architettura progettata, capace di reggere nel tempo, sotto stress e in presenza di complessità reale. Il gruppo era già grande, già funzionante, già profittevole. Proprio per questo, le sue fragilità non emergevano dai numeri, ma dai documenti che ne sostenevano il funzionamento e dal modo in cui il comando si distribuiva lungo la catena.

L’intervento non ha avuto come obiettivo l’efficienza fiscale né la semplificazione formale. Ha avuto come obiettivo la tenuta del comando nel tempo, la separazione strutturale tra patrimonio e rischio operativo e la continuità del controllo in un gruppo multilivello, caratterizzato dalla presenza di soci terzi, management diffuso e ramificazioni estere. La Società Semplice è stata riprogettata come vertice patrimoniale e sede del comando strategico; la holding è stata ricondotta a un ruolo di coordinamento coerente; le società operative sono state inserite in una catena governabile, non più permeabile.

Il risultato non è una struttura rigida, ma una struttura prevedibile. In presenza di tensioni operative, contenziosi, crisi locali o eventi personali del fondatore, il sistema reagisce senza trascinare il vertice. Il rischio resta dove nasce, il comando non si sposta e il valore può risalire senza portarsi dietro instabilità. È questa la differenza tra una somma di società formalmente corrette e un gruppo che regge davvero.

A gennaio 2026, al termine dei sette mesi di lavoro, il gruppo non era semplicemente più ordinato. Era finalmente progettato. Il controllo non dipendeva più dalle persone, dalle relazioni o dalle consuetudini operative, ma da un’architettura giuridica costruita per durare. È in questo punto che una struttura smette di essere fragile, anche quando continua a crescere.


ARCHITETTURE PATRIMONIALI – REGIA STRATEGICA DEL COMANDO (MILANO)

Governare un patrimonio non significa applicare strumenti standard, ma progettare assetti giuridici capaci di reggere nel tempo. La differenza non risiede nei singoli veicoli o nelle clausole isolate, ma nella regia complessiva: strutture opponibili, governance coerente, architetture in grado di assorbire pressioni fiscali, conflitti familiari e interessi divergenti quando il valore cresce.

Nei contesti complessi le decisioni non falliscono per vizi formali, ma per assetti che non tengono sotto stress strutturale. Quando le scelte smettono di essere reversibili, ciò che conta non è la correttezza dell’atto, ma la capacità della struttura di mantenere il controllo decisionale nel tempo. La consulenza giuridica d’impresa, se progettata correttamente, non serve a sistemare documenti. Serve a impedire che la struttura inizi a governare chi l’ha costruita.

La progettazione interviene prima del conflitto. Trasforma i vincoli normativi in architetture funzionali, costruisce statuti e patti in grado di restare efficaci anche quando il contesto cambia, rende leggibili e opponibili i rapporti di potere nel momento in cui emergono tensioni o asimmetrie. Non è assistenza operativa. È costruzione di strutture decisionali.

Matteo Rinaldi opera a Milano, affiancando imprenditori, famiglie e gruppi societari nella definizione di assetti patrimoniali e di governance avanzati. Con formazione specialistica in diritto societario d’impresa e architetture Family Office, ha progettato e riorganizzato oltre duecento gruppi familiari e industriali, intervenendo su strutture caratterizzate da esposizioni reali, asimmetrie decisionali e rischio concreto di perdita di controllo.

Ogni architettura è disegnata su misura, coordinando competenze giuridiche, fiscali e notarili in logica di regia unitaria. Perché un assetto non progettato per governare l’impresa non resta neutro. Nel tempo, governa chi la guida.


SESSIONE STRATEGICA DI INQUADRAMENTO – ACCESSO TECNICO RISERVATO (€300 + IVA)

Un incontro tecnico di sessanta minuti, ad accesso limitato, riservato a chi deve verificare se la propria struttura patrimoniale e societaria sia ancora governabile o se abbia già prodotto vincoli non più reversibili. Non si tratta di una consulenza introduttiva, ma di una lettura iniziale della configurazione esistente, finalizzata a individuare esposizioni strutturali già operative.

La sessione è orientata a ricostruire l’assetto reale del controllo: dove risiede oggi il potere decisionale, quali decisioni pregresse stanno generando effetti latenti e quale spazio decisionale risulti ancora concretamente esercitabile senza il consenso di terzi. Protezione patrimoniale e pianificazione in logica Family Office delimitano il perimetro dell’analisi, non la prestazione.

Le attività svolte richiedono l’esame di documentazione, la lettura delle strutture esistenti e la ricostruzione delle dinamiche decisionali di gruppi, partecipazioni e veicoli già operativi. Per questa ragione non sono previsti incontri conoscitivi o valutazioni preliminari gratuite. Quando esistono patrimoni, strutture e decisioni già in essere, tempo e gratuità non sono compatibili.

L’accesso tecnico è un filtro di pragmatismo: chi non riconosce il valore di un’analisi preliminare in rapporto alla dimensione degli asset coinvolti non si colloca nel perimetro operativo di interventi strutturali complessi. In tali casi, semplicemente, non sussistono le condizioni per un incarico efficace.

L’incontro è svolto personalmente da Matteo Rinaldi, con base operativa a Milano, in studio o in videoconferenza riservata. Gli accessi sono contingentati per garantire continuità sulle posizioni già in gestione; in caso di incarico successivo, il costo dell’accesso tecnico è integralmente imputato come anticipo.


 

PRENOTA LA SESSIONE RISERVATA 

Milano · Videoconferenza riservata


salotto-contatti


 

VUOI MAGGIORI INFORMAZIONI? 

Siamo qui per aiutarti! Chiama subito al +39 02 87348349. Prenota la tua consulenza. Puoi scegliere tra una video conferenza comoda e sicura o incontrarci direttamente nei nostri uffici a Milano.

15 + 7 =