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Caso Studio: Dismissione di un Patrimonio Immobiliare

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IL CONTESTO

Una storica famiglia milanese, nostra cliente da anni, deteneva attraverso una S.r.l. immobiliare un palazzo di pregio nel centro di Milano, acquistato oltre trent’anni prima e progressivamente valorizzato. Il bene, interamente locato e con un valore di circa €32 milioni, rappresentava ormai una quota dominante del patrimonio familiare ed era condiviso da sette componenti appartenenti a tre rami. Ricevuta una proposta di acquisto, è stata valutata la dismissione non come semplice vendita immobiliare, ma come possibile trasformazione di un patrimonio eccessivamente concentrato in un solo asset.

CRITICITÀ

Conservare il palazzo significava mantenere circa €32 milioni concentrati nello stesso immobile, con esposizione comune a valore, redditività, manutenzione, locazioni e futuri investimenti. Venderlo poneva però il problema opposto: trasformare un bene unitario in liquidità facilmente distribuibile tra sette familiari, con il rischio di dissolvere in un solo passaggio il patrimonio costruito dalle generazioni precedenti. Occorreva quindi misurare il valore netto della dismissione, considerando fiscalità, debito e costi, e stabilire prima del closing quanta parte del capitale dovesse restare comune e quanta potesse essere attribuita ai tre rami.

ATTIVITÀ DI PROGETTAZIONE

L’incarico non si è limitato alla valutazione patrimoniale. Matteo Rinaldi ha coordinato direttamente la dismissione, affiancando la famiglia nei rapporti con l’acquirente e con i professionisti coinvolti fino al closing. Sono stati verificati valore dell’immobile, fiscalità, indebitamento, rapporti locativi, documentazione richiesta in due diligence e condizioni della vendita. Parallelamente è stato determinato il ricavato netto atteso e definita, prima del rogito, la quota da mantenere nel patrimonio comune e quella destinabile ai tre rami familiari.

ASSETTO FINALE

La famiglia ha proceduto alla dismissione del palazzo dopo avere definito preventivamente la destinazione del valore risultante dall’operazione. Una volta considerati imposizione, debito e costi, il capitale netto non è stato integralmente distribuito ai sette familiari: la componente prevalente è rimasta destinata al patrimonio comune, mentre una quota determinata è stata resa disponibile ai tre rami. Sono state contestualmente definite regole per distribuzioni, nuovi impieghi patrimoniali e successive dismissioni, sostituendo alla concentrazione in un unico immobile una struttura patrimoniale più flessibile senza perdere il governo unitario del capitale.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La tutela del patrimonio non coincide necessariamente con la conservazione del bene che ne ha prodotto il valore. Dopo oltre trent’anni, il principale rischio della famiglia era diventato la concentrazione di circa €32 milioni in un unico immobile; la vendita, se non progettata, avrebbe però prodotto il rischio opposto: la frammentazione immediata del capitale tra sette familiari e tre rami. L’intervento ha operato tra questi due estremi, trasformando la composizione del patrimonio senza trasformare automaticamente il patrimonio comune in sette disponibilità individuali. In questo caso proteggere il valore ha significato sapere quando dismettere, prima ancora di decidere come reinvestire.