RESPONSABILITÀ DEGLI AMMINISTRATORI: PERCHÉ OGGI È UN RISCHIO REALE
24.08.2025
Matteo Rinaldi
L’articolo analizza le più recenti sentenze sulla responsabilità degli amministratori di SRL: Milano 2025, Cassazione 2024 e 2025, Appello Bologna e Sezioni Unite 2023. Distrazione di attivi, gestione in perdita, bilanci falsi e atti infragruppo privi di causa sono stati qualificati come mala gestio con condanne personali. L’onere della prova grava sull’amministratore: senza governance opponibile, anche il patrimonio familiare diventa esposto.
QUANDO LA BUONA FEDE NON BASTA PIÙ A DIFENDERSI
La responsabilità degli amministratori non è più un rischio teorico. È una realtà giudiziaria che colpisce con frequenza crescente. Molti imprenditori confidano ancora nella buona fede o nell’assenza di arricchimento personale come scudo minimo. Nel contesto attuale, questa impostazione non offre più alcuna protezione.
Nel perimetro della responsabilità amministratori SRL, le pronunce più recenti mostrano un quadro diverso: ogni decisione priva di documentazione rigorosa, di una giustificazione economica credibile o di una governance opponibile diventa rapidamente un capo d’imputazione.
Distrazione di attivi, prosecuzione in perdita, bilanci inattendibili, operazioni infragruppo senza causa: sono questi i terreni su cui i tribunali tracciano il limite tra gestione lecita e responsabilità personale.
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ToggleAlle spiegazioni fornite a posteriori nessuno dà peso. Conta solo la prova scritta predisposta prima dell’atto. È qui che nasce il rischio reale: chi guida una società senza un impianto blindato può vedere colpiti non solo i beni sociali, ma anche il patrimonio personale e familiare.
Cosa rischia, quindi, un amministratore che non struttura governance e controlli? E quali pericoli corre il socio di minoranza di una SRL che non paga tasse o accumula debiti? La risposta è la stessa: esporsi a un’azione di responsabilità ex art. 2476 c.c. con conseguenze dirette, personali e patrimoniali. Le medesime logiche valgono anche nelle SRLS.
QUANDO L’AZIONE DI RESPONSABILITÀ DIVENTA CONDANNA
L’azione di responsabilità non è un tecnicismo. È lo strumento con cui curatori, creditori o soci rileggono ex post le scelte gestionali e ne verificano la tenuta giuridica. L’art. 2476 c.c. e l’art. 255 del Codice della Crisi delineano una responsabilità chiara: l’attore deve indicare condotta e danno; l’amministratore deve dimostrare di avere agito con la diligenza richiesta e nell’interesse della società, all’interno di assetti organizzativi adeguati, amministrativi e contabili, verificabili e coerenti con l’obbligo oggi imposto dall’art. 2086 c.c. (Fonte: Gazzetta Ufficiale).
Questo quadro è stato ulteriormente irrigidito dall’entrata in vigore del D.Lgs. 136/2024 (Correttivo Ter), che ha segnato un passaggio definitivo: il legislatore ha eliminato l’ultima area di ambiguità difensiva. Nel contesto attuale, l’incertezza non costituisce più un margine valutativo spendibile. Il giudizio non si concentra sulle intenzioni dell’amministratore, ma sulla qualità della struttura decisionale e documentale predisposta prima dell’atto.
In giudizio non basta richiamare il contesto difficile o dichiarare buone intenzioni. Servono verbali, bilanci completi, relazioni tecniche, delibere coerenti e tracciabili nel tempo. In assenza di monitoraggi periodici e documentazione preventiva, ogni pagamento privo di causa o decisione non formalizzata viene riletta come scelta arbitraria e rapidamente qualificata come mala gestio.
La prassi recente conferma che chi non struttura in anticipo governance e documentazione difficilmente riesce a fornire la prova liberatoria. L’azione di responsabilità, tutt’altro che remota, si traduce sempre più spesso in condanne personali fondate non sull’intenzione dell’amministratore, ma sull’inadeguatezza degli assetti e sulla mancanza di prova scritta, con effetti che travolgono la società e si estendono al patrimonio familiare.
MILANO 2025: AMMINISTRATORE CONDANNATO PER DISTRUZIONE DI ATTIVI
La sentenza n. 6406/2025 del Tribunale di Milano descrive un caso emblematico di distruzione di attivi. L’amministratore di una SRL aveva ceduto gratuitamente un credito di oltre 400.000 euro a un soggetto terzo legato da rapporti personali, per estinguere un debito privato. A questo si aggiungevano pagamenti per quasi 200.000 euro, privi di qualsiasi causa economica, inclusi bonifici verso il proprio conto corrente. La prosecuzione dell’attività, nonostante la perdita totale del capitale e bilanci artificiosamente redatti, ha completato il quadro illecito.
Il Tribunale ha qualificato tutte le operazioni come distrattive e ha condannato l’amministratore a risarcire oltre mezzo milione di euro. Il principio è netto: deve essere l’amministratore a dimostrare che le risorse siano state impiegate nell’interesse della società, con motivazioni documentate e opponibili. Senza prova scritta, ogni atto privo di causa concreta viene automaticamente riconosciuto come distrazione.
Il messaggio per chi guida un’impresa è diretto: non bastano buone intenzioni o strategie informali. Ogni decisione deve essere supportata da documenti, delibere e giustificazioni tracciabili. Senza una governance strutturata, anche operazioni interne possono essere qualificate come appropriazione indebita.
Le conseguenze non restano nella società. Colpiscono il patrimonio personale e familiare dell’amministratore, esposto senza difese di fronte ai creditori.
CASSAZIONE 2024: RESPONSABILITÀ PER ATTIVITÀ IN PERDITA
La Cassazione, con una pronuncia del 2024, ha stabilito che proseguire l’attività dopo la perdita integrale del capitale integra gestione temeraria e responsabilità ex art. 2486 c.c. L’amministratore che continua ad assumere obbligazioni senza un piano concreto di risanamento risponde personalmente dell’aggravamento del dissesto. Non conta l’intenzione, conta l’effetto oggettivo delle decisioni.
Nel caso analizzato, gli amministratori avevano continuato a operare per due esercizi dopo l’azzeramento del capitale. Non avevano convocato l’assemblea, né avviato ricapitalizzazione o liquidazione. In quel periodo contrassero nuovi debiti bancari e commerciali, aumentando il passivo di centinaia di migliaia di euro.
La Suprema Corte ha affermato un principio netto: accertata la perdita del capitale, le uniche condotte lecite sono sospendere l’operatività o attivare strumenti di risanamento. Ogni prosecuzione non giustificata genera responsabilità personale diretta. La regola vale per tutti gli amministratori di SRL, incluso l’amministratore delegato, che condivide rischi patrimoniali e conseguenze della mala gestio.
Molti imprenditori riconoscono questo scenario: nel tentativo di salvare rapporti con clienti, fornitori e dipendenti, continuano a operare sperando in una ripresa. Nei tribunali, però, questa condotta è riletta come aggravamento colposo o doloso della crisi. Il danno non è teorico: coincide con l’aumento del passivo generato durante la prosecuzione illegittima, che ricade direttamente sull’amministratore.
Il principio è chiaro: trascinare una società oltre la soglia di sostenibilità, senza un piano di risanamento o un percorso di liquidazione, significa esporsi a condanna personale. Solo una governance formalizzata, con delibere tracciabili e decisioni opponibili, permette di distinguere un tentativo di salvataggio da una gestione temeraria.
APPELLO BOLOGNA 2024: SOCI “SILENTI” RESPONSABILI PER OMESSO CONTROLLO
La Corte d’Appello di Bologna, con una sentenza del 2024, ha affermato che anche gli amministratori privi di deleghe operative rispondono per omesso controllo. Il richiamo è all’art. 2392 c.c., applicato anche alle SRL: chi accetta la carica deve vigilare, reagire e intervenire quando emergono condotte contrarie alla legge o all’interesse sociale. Nel contesto attuale, tale obbligo assume un rilievo ancora più stringente in presenza di rilievi o segnalazioni formali degli organi di controllo: il silenzio non è neutro, ma giuridicamente rilevante.
Nel caso esaminato, due soci di famiglia erano stati nominati nel consiglio di amministrazione senza poteri gestori effettivi. La gestione era concentrata nel padre, che aveva compiuto operazioni distrattive e approvato bilanci inattendibili. I figli, pur amministratori formali, non avevano mai sollevato obiezioni, verbalizzato dissensi né adottato iniziative di controllo. La Corte ha qualificato tale condotta come totale inerzia, riconoscendo la loro corresponsabilità e condannandoli insieme all’amministratore di fatto.
L’orientamento colpisce in modo diretto le PMI familiari, dove è frequente accettare cariche gestorie per ragioni di equilibrio interno o mera cortesia. In questo contesto, il silenzio non equivale a estraneità: equivale a una presa d’atto consapevole della gestione. Senza verbali, senza opposizioni e senza dimissioni, l’assenza di iniziativa diventa prova di partecipazione passiva alla mala gestio.
Il principio è inequivocabile: la carica di amministratore, anche senza deleghe operative, comporta sempre un obbligo di vigilanza attiva. In una SRL non risponde solo chi gestisce quotidianamente, ma anche chi, pur formalmente investito della funzione, tollera o ignora condotte irregolari. Sul piano giuridico, l’inerzia equivale a corresponsabilità patrimoniale.
Ogni socio inserito in organi gestori deve quindi documentare le proprie iniziative, verbalizzare dissensi e, quando necessario, dissociarsi formalmente. I tribunali non distinguono tra amministratori operativi e nominali: l’omesso controllo è sufficiente per fondare la condanna, con effetti diretti anche sul patrimonio personale di chi riteneva di ricoprire un ruolo marginale.
CASSAZIONE 2025: BILANCI INATTENDIBILI COME FONTE AUTONOMA DI RESPONSABILITÀ
Con una pronuncia del 2025, la Cassazione ha ribadito che la rappresentazione inattendibile del bilancio costituisce una fonte autonoma di responsabilità civile per l’amministratore, anche in assenza di fallimento. Il bilancio non è un adempimento burocratico, ma un documento pubblico che orienta le decisioni di soci, creditori e terzi. Se è inattendibile, la responsabilità diventa personale.
Nel caso esaminato, gli amministratori avevano occultato perdite rilevanti gonfiando le rimanenze e iscrivendo crediti inesistenti. I bilanci presentavano una situazione solo apparentemente equilibrata, inducendo i soci a non intervenire e i creditori a proseguire i rapporti. Quando la reale situazione è emersa, la Corte ha qualificato tali condotte come artifici consapevoli, non come errori valutativi, condannando gli amministratori al risarcimento.
L’orientamento colpisce una prassi ancora diffusa di redigere bilanci formalmente corretti ma sostanzialmente inattendibili. In giudizio, ogni omissione informativa o rappresentazione distorta diventa indice di responsabilità. Il danno risarcibile non riguarda solo la società, ma anche il pregiudizio arrecato a chi ha assunto decisioni sulla base di dati non veritieri.
Il principio è netto: un bilancio veritiero e attendibile tutela l’amministratore. Un bilancio inattendibile, invece, diventa lo strumento attraverso cui soci e creditori ottengono la condanna personale.
SEZIONI UNITE 2023: REVOCATORIA DEGLI ATTI INFRAGRUPPO
Le Sezioni Unite della Cassazione, nel 2023, hanno stabilito che gli atti infragruppo privi di una reale causa economica possono essere dichiarati inefficaci tramite azione revocatoria. L’appartenenza allo stesso gruppo non basta a giustificare trasferimenti di beni o risorse: ogni operazione deve poggiare su motivazioni concrete, documentate e opponibili ai creditori.
Nel caso esaminato, una società aveva trasferito immobili e liquidità a una controllata senza corrispettivo e senza un piano industriale che spiegasse l’operazione. L’obiettivo reale era sottrarre gli asset all’imminente procedura concorsuale. La Corte ha annullato i trasferimenti, reintegrato i beni nella massa fallimentare e ritenuto responsabili gli amministratori che li avevano autorizzati.
Il principio è chiaro: il gruppo non è uno scudo per spostare asset a piacimento. Ogni società resta autonoma e deve agire nel proprio interesse. Senza verbali, contratti o perizie indipendenti, i trasferimenti diventano manovre elusive e vengono demoliti con facilità in giudizio. La revocatoria può anche aprire azioni di responsabilità personali verso chi ha deliberato l’operazione.
Il messaggio per gli amministratori è diretto: gli atti infragruppo devono avere una causa economica concreta e una documentazione opponibile. In assenza di questa architettura, i creditori possono smontare in pochi mesi schemi societari costruiti in anni, colpendo non solo la società ma anche il patrimonio personale di chi ha autorizzato l’atto.
L’ONERE DELLA PROVA SCHIACCIA L’AMMINISTRATORE
Tutte le pronunce esaminate convergono su un punto: l’onere della prova ricade sull’amministratore. Distruzione di attivi, prosecuzione in perdita, bilanci inattendibili, atti infragruppo: lo schema è sempre lo stesso. L’attore deve solo allegare danno e nesso causale; l’amministratore deve dimostrare di avere agito con diligenza e nell’interesse sociale.
Il principio, ribadito dalle Sezioni Unite e applicato con costanza, è una trappola per chi guida una società senza un sistema difensivo preventivo. In giudizio non contano intenzioni e buona fede. Contano solo le prove: verbali, delibere, bilanci, relazioni tecniche. Senza questa base documentale ogni scelta può essere riletta come mala gestio. Chi non dispone di documenti opponibili perde quasi sempre: la presunzione di colpa lo schiaccia.
Questo meccanismo mostra che la difesa non può essere costruita a posteriori. Serve una governance che imponga tracciabilità e formalizzazione di ogni decisione rilevante. Senza regole interne, controlli e bilanci completi, l’amministratore rimane scoperto e privo degli strumenti necessari per reagire.
Il principio è ormai consolidato: i tribunali non ammettono zone grigie. Chi non documenta la propria diligenza viene considerato responsabile. Per questo la protezione dell’amministratore deve poggiare su un’architettura preventiva di governance e controlli: l’unico modo per alleggerire un onere probatorio che, altrimenti, resta insostenibile.
COME BLINDARE GOVERNANCE E PATRIMONIO PRIMA DELLA CRISI
Blindare la governance significa introdurre regole statutarie che impongano la tracciabilità delle decisioni, redigere verbali completi, prevedere clausole di veto sulle operazioni straordinarie e definire deleghe chiare. Vuol dire anche predisporre bilanci in forma ordinaria, atti societari con data certa e contratti documentati in modo rigoroso, in coerenza con l’obbligo di dotarsi di adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili ex art. 2086 c.c.. In questo quadro, ogni documento assume una funzione difensiva: non è un adempimento formale, ma un presidio probatorio a tutela dell’amministratore.
In parallelo è necessario separare beni sociali e beni personali. In assenza di atti di destinazione, patti statutari o società veicolo dedicate, il patrimonio familiare rimane strutturalmente esposto. L’inserimento di immobili, partecipazioni e liquidità in strumenti giuridici coerenti con la normativa consente di preservare il valore accumulato e di evitare che una responsabilità personale travolga la sfera privata.
Le vicende giudiziarie mostrano un principio ormai consolidato: la protezione non nasce durante la crisi, ma prima. Non esiste blindatura efficace senza documentazione predisposta con data certa, opponibile e verificabile nel tempo, oggi assicurata attraverso strumenti di firma digitale e marca temporale, idonei a cristallizzare cronologicamente le decisioni assunte.
Mettere ordine a posteriori non difende, espone. Confidare nella tolleranza dei creditori o nella complessità della gestione equivale a rinunciare a ogni difesa. Solo una regia preventiva, fondata su assetti adeguati e strutture documentali tracciabili prima dell’insorgere delle difficoltà, consente di rendere opponibili le decisioni e di limitare l’impatto delle azioni giudiziarie sulla società e sul patrimonio familiare.
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CONCLUSIONE: COSA DEVE FARE CHI RISCHIA RESPONSABILITÀ PERSONALE
Le pronunce esaminate mostrano un orientamento costante: i tribunali condannano gli amministratori incapaci di dimostrare la correttezza delle proprie scelte. Distruzione di attivi, prosecuzione in perdita, amministratori solo formali, bilanci inattendibili, trasferimenti infragruppo senza causa: ogni scenario conduce allo stesso esito, l’aggressione diretta al patrimonio personale. Non contano le intenzioni né le giustificazioni ex post, ma la capacità di documentare in modo opponibile e cronologicamente certo la gestione.
Se la società opera in perdita, se sono stati approvati bilanci inattendibili, se nel consiglio siedono familiari senza un ruolo effettivo o se sono state autorizzate operazioni infragruppo prive di una reale causa economica, ci si colloca esattamente nelle fattispecie che la giurisprudenza ha già sanzionato.
Rimandare equivale a lasciare che curatori e creditori ricostruiscano la vicenda al posto dell’amministratore, trasformando omissioni organizzative e carenze documentali in responsabilità personale.
L’unica strategia realmente efficace è predisporre in anticipo regole di governance opponibili, bilanci completi e assetti organizzativi adeguati, accompagnati da strumenti di protezione patrimoniale coerenti. Non si tratta di formalità, ma della linea di difesa che separa la gestione legittima dalla condanna personale e impedisce che un’azione di responsabilità travolga, insieme alla società, anche i beni familiari.
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