AMMINISTRATORE SRL E BANCAROTTA DOCUMENTALE: RISCHI E RESPONSABILITÀ

Analisi di Bilancio

Data
03.08.2025

Autore
Matteo Rinaldi

La responsabilità dell’amministratore di una SRL non dipende soltanto dai risultati economici dell’impresa. L’articolo analizza il rapporto tra bancarotta documentale, processo decisionale, governance documentale e ricostruibilità della gestione, evidenziando come verbali, deleghe, flussi informativi e documentazione societaria assumano un ruolo centrale nella delimitazione delle responsabilità. Un approfondimento su amministratore di fatto, socio occulto, commistione patrimoniale e rischi derivanti dall’impossibilità di ricostruire la storia gestionale dell’impresa.

QUANDO L’AMMINISTRATORE DI UNA SRL RISPONDE PER BANCAROTTA DOCUMENTALE

Non è necessario aver occultato beni sociali, alterato le scritture contabili o posto in essere condotte fraudolente affinché la gestione dell’amministratore venga sottoposta a scrutinio. Una delle aree di maggiore esposizione riguarda infatti la capacità dell’impresa di rendere verificabile il processo decisionale che ha condotto alle scelte di gestione. Nel quadro delineato dal Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza e dall’art. 2086, comma 2, c.c., assume quindi rilievo crescente la capacità dell’impresa di dotarsi di assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati e di conservare flussi informativi idonei a rendere ricostruibile l’attività gestoria.

Una società può presentare bilanci regolari, contabilità aggiornata, imposte versate e rapporti corretti con banche e fornitori senza che il processo decisionale risulti effettivamente ricostruibile. La corretta esecuzione di un’operazione non coincide necessariamente con la possibilità di documentarne le ragioni, le valutazioni sottostanti e il percorso che ha condotto alla decisione. Su questo profilo si concentrano sempre più frequentemente azioni di responsabilità, verifiche fiscali e procedure concorsuali.

L’assenza di libri sociali aggiornati, verbali regolarmente formati, deleghe formalizzate e decisioni documentate con adeguata collocazione temporale non costituisce una mera irregolarità amministrativa. Si tratta di carenze che possono incidere sulla possibilità di ricostruire l’attività gestoria e di verificare se l’organo amministrativo abbia operato secondo i criteri di diligenza richiesti dall’ordinamento.

La documentazione societaria non svolge una funzione esclusivamente formale. In sede civile, penale o tributaria rappresenta lo strumento attraverso cui l’amministratore può dimostrare il percorso valutativo seguito, le informazioni disponibili al momento della decisione e le ragioni economiche poste a fondamento delle scelte adottate. In assenza di tale patrimonio documentale, diventa più complesso ricostruire il contesto nel quale le decisioni sono state assunte e delimitare le relative responsabilità.

Nelle imprese caratterizzate da forte crescita o elevata complessità organizzativa, la formalizzazione delle decisioni viene spesso sacrificata a favore dell’operatività quotidiana. Lo sviluppo commerciale, la gestione finanziaria e l’esecuzione delle attività assorbono progressivamente l’attenzione dell’organo amministrativo. Sotto il profilo giuridico, tuttavia, l’efficienza operativa non sostituisce la governance documentale. Un’impresa può conseguire risultati economici eccellenti e presentare comunque rilevanti fragilità nella ricostruibilità del processo decisionale.


DELEGA DELLE FUNZIONI, PROCESSO DECISIONALE E RESPONSABILITÀ DELL’AMMINISTRATORE

Uno degli errori più frequenti nelle piccole e medie imprese consiste nel confondere la delega degli adempimenti con la delega delle responsabilità. L’affidamento della contabilità, della fiscalità o di specifiche attività operative a professionisti esterni può alleggerire la gestione quotidiana, ma non trasferisce all’esterno i doveri di organizzazione, controllo e supervisione che l’ordinamento continua ad attribuire all’organo amministrativo.

La delega di singole attività operative o l’affidamento degli adempimenti al commercialista non esonerano infatti l’amministratore dal dovere di vigilare sull’adeguatezza degli assetti organizzativi e sulla qualità dei flussi informativi interni. La responsabilità gestoria continua a riguardare la capacità dell’organo amministrativo di assicurare una struttura documentale idonea a rendere verificabili le decisioni assunte e i controlli esercitati.

Il professionista incaricato cura gli adempimenti contabili e fiscali, predispone bilanci, dichiarazioni e comunicazioni obbligatorie. Non gli compete, invece, la formazione della volontà sociale, la verbalizzazione delle scelte strategiche, la predisposizione delle deleghe organizzative o la costruzione dei processi decisionali dell’impresa.

Per questa ragione, nei procedimenti di responsabilità promossi da soci, creditori o organi della procedura, assume rilievo la possibilità di ricostruire il percorso che ha condotto alle decisioni gestionali contestate, più che la sola correttezza formale della contabilità.

La documentazione assume quindi una funzione ulteriore rispetto alla mera conservazione degli atti sociali. Essa costituisce la memoria organizzativa dell’impresa, consentendo di conservare nel tempo le ragioni che hanno condotto alle scelte gestionali e rendendone possibile la ricostruzione anche a distanza di anni e in presenza di soggetti diversi da quelli che hanno materialmente assunto le decisioni.

Assume inoltre rilievo il principio della contemporaneità della prova gestoria. Verbali, report, analisi finanziarie, budget e flussi informativi predisposti nel momento della decisione consentono di verificare quali informazioni fossero concretamente disponibili all’organo amministrativo. In loro assenza, la gestione rischia di essere valutata esclusivamente alla luce degli eventi successivi, attraverso una ricostruzione ex post non sempre coerente con il contesto originario.

La funzione degli assetti organizzativi consiste anche nel preservare la possibilità di verificare il procedimento seguito dall’amministratore e la ragionevolezza delle valutazioni effettuate alla luce delle informazioni disponibili al momento della decisione.

Quando intervengono soci, creditori, curatore o autorità giudiziaria, raramente manca una spiegazione dei fatti. Più spesso manca la possibilità di dimostrare che quelle valutazioni fossero effettivamente presenti al momento della decisione. L’assenza di documenti contemporanei impedisce infatti di verificare se le ragioni poste a fondamento della scelta esistessero già quando essa è stata compiuta.

È questa la ragione per cui la documentazione societaria assume un ruolo che va oltre la funzione probatoria. Essa consente di preservare la continuità informativa dell’impresa, rendendo verificabili nel tempo le decisioni assunte, il percorso che le ha generate e le responsabilità connesse alla gestione. In questa prospettiva, la governance documentale non rappresenta un adempimento formale, ma uno strumento essenziale per garantire la ricostruibilità dell’attività gestoria anche a distanza di anni.


PERCHÉ UN AMMINISTRATORE RISPONDE DEL PROCESSO DECISIONALE E NON DELL’ERRORE D’IMPRESA

La responsabilità dell’amministratore non viene normalmente valutata sulla base del mero esito economico delle scelte compiute. L’ordinamento riconosce che l’attività imprenditoriale comporta inevitabilmente assunzione di rischio, possibilità di errore e risultati non sempre prevedibili.

Nelle azioni di responsabilità il giudizio tende quindi a concentrarsi sulle informazioni disponibili al momento della scelta, sui rischi valutati, sulle alternative considerate e sulle ragioni che hanno giustificato l’operazione. L’attenzione si sposta dall’esito economico della decisione alla qualità dell’istruttoria che l’ha preceduta.

In tale contesto opera il principio della Business Judgment Rule, più volte richiamato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui il sindacato giudiziale non può estendersi alla convenienza economica della scelta imprenditoriale, ma può riguardare l’adeguatezza dell’istruttoria svolta, la qualità delle informazioni disponibili e la ragionevolezza delle valutazioni effettuate al momento della decisione.

Verbali, deleghe, budget, report finanziari, analisi di rischio e flussi informativi assumono quindi rilievo non per dimostrare che una decisione fosse economicamente corretta, ma per consentire la ricostruzione dell’attività istruttoria che l’ha preceduta, delle informazioni disponibili al momento della scelta e delle valutazioni effettuate dall’organo amministrativo.

Sul piano civile, tale documentazione assume rilievo centrale nelle azioni di responsabilità promosse ai sensi dell’art. 2476 c.c., nelle quali il giudizio non riguarda normalmente la convenienza economica dell’operazione, ma la correttezza del procedimento seguito per assumerla. Sul piano penale, i medesimi elementi possono assumere rilievo nella ricostruzione della gestione e nella verifica delle condotte contestate. La conseguenza pratica è che l’amministratore può trovarsi esposto ad azioni di responsabilità, contestazioni fiscali o verifiche giudiziarie non tanto per l’esito dell’operazione, quanto per l’impossibilità di dimostrare il percorso istruttorio e valutativo che l’ha preceduta.

La delega di attività operative a dirigenti, dipendenti, consulenti o professionisti esterni non elimina i doveri di organizzazione, vigilanza e controllo che restano in capo all’organo amministrativo. L’effettiva delimitazione delle responsabilità richiede che funzioni, poteri, procedure e controlli risultino chiaramente individuabili, documentati e verificabili nel tempo.

Un sistema organizzativo adeguato non elimina il rischio d’impresa e non garantisce l’assenza di contestazioni. Consente però di delimitare le responsabilità, preservare la verificabilità della gestione e dimostrare che le decisioni sono state assunte nell’ambito di un procedimento coerente con i doveri imposti dall’ordinamento.


LA BANCAROTTA DOCUMENTALE INIZIA MOLTO PRIMA DELLA CRISI D’IMPRESA

Uno degli equivoci più diffusi consiste nel ritenere che la bancarotta documentale riguardi esclusivamente la fase terminale della vita dell’impresa. In realtà, le criticità che emergono nelle procedure concorsuali si formano spesso molti anni prima dell’insolvenza, durante la normale operatività aziendale, quando decisioni rilevanti vengono assunte senza una struttura documentale idonea a conservarne la memoria e a renderne verificabile il percorso decisionale.

Nel momento in cui intervengono curatore, creditori, Agenzia delle Entrate o autorità giudiziaria, il problema raramente coincide con la semplice assenza di una scrittura contabile. Ciò che viene verificato è se l’impresa sia ancora in grado di ricostruire in modo attendibile il patrimonio, il movimento degli affari e le ragioni che hanno determinato determinate operazioni. L’ordinamento penale non punisce la mera irregolarità formale della documentazione societaria. Ciò che assume rilievo è la capacità della carenza documentale di compromettere concretamente la ricostruzione del patrimonio, del movimento degli affari e delle decisioni che hanno orientato la gestione.

La contabilità può risultare formalmente regolare. I bilanci possono essere stati approvati. Le imposte possono essere state versate. Ciò non esclude che, a distanza di anni, risulti impossibile comprendere perché siano stati effettuati determinati finanziamenti soci, attribuiti specifici compensi agli amministratori, autorizzate operazioni infragruppo o assunte decisioni che hanno inciso in modo significativo sul patrimonio sociale. È in questo spazio che emerge la differenza tra fatto contabile e fatto gestorio.

Quanto più complessa diventa la struttura societaria, tanto più aumenta il valore della memoria organizzativa dell’impresa. Holding, società immobiliari, gruppi societari, operazioni straordinarie, riorganizzazioni aziendali e flussi finanziari infragruppo generano una quantità crescente di informazioni che devono poter essere ricostruite nel tempo. La movimentazione finanziaria può risultare perfettamente tracciata; molto più difficile può essere dimostrare quali valutazioni abbiano preceduto una scelta, quali informazioni fossero disponibili e quale interesse sociale abbia giustificato l’operazione.

La bancarotta documentale non colpisce l’insuccesso dell’impresa. Colpisce l’impossibilità di ricostruirne la storia. La perdita della capacità di comprendere come le decisioni siano state assunte, chi le abbia autorizzate, quali controlli siano stati esercitati e quali informazioni abbiano guidato la gestione fa sì che la crisi dell’impresa cessi di essere un fenomeno esclusivamente economico e assuma una rilevanza giuridica autonoma.

In questo passaggio si manifesta la frattura della memoria organizzativa dell’impresa. Quando la documentazione non consente più di ricostruire in modo attendibile la storia della gestione, non viene compromessa soltanto la capacità difensiva dell’amministratore. Viene meno la possibilità stessa di verificare il percorso che ha condotto alle decisioni più rilevanti della vita societaria. Da questa frattura prendono forma molte delle contestazioni che emergono successivamente nelle procedure di crisi e nelle verifiche dell’autorità giudiziaria.


AMMINISTRATORE DI FATTO E SOCIO OCCULTO: PROFILI DI RESPONSABILITÀ

Quando la documentazione non consente più di rappresentare in modo attendibile la storia della gestione, diventa più difficile individuare chi abbia effettivamente assunto le decisioni, autorizzato le operazioni, impartito direttive e orientato la gestione dell’impresa. In tali circostanze, i ruoli formalmente risultanti dai registri societari possono non coincidere con quelli concretamente esercitati nella realtà aziendale.

Nelle situazioni patologiche l’accertamento raramente si arresta alla qualifica formale di amministratore. Riguarda piuttosto l’effettivo esercizio dei poteri tipici dell’organo amministrativo. La presenza di un amministratore regolarmente nominato non esclude che le decisioni siano state assunte stabilmente da altri soggetti, quali soci, familiari, consulenti o collaboratori che, pur privi di investitura formale, abbiano di fatto diretto l’attività dell’impresa.

L’accertamento dell’amministratore di fatto o del socio occulto non può fondarsi su semplici rapporti personali, familiari o societari con l’organo amministrativo. La giurisprudenza richiede la presenza di elementi concreti, significativi e continuativi idonei a dimostrare l’effettivo esercizio del potere gestorio. Non assume rilievo il singolo intervento occasionale, ma l’esercizio sistematico di funzioni tipiche dell’organo amministrativo.

L’indagine si concentra quindi sul soggetto che impartisce direttive operative, autorizza operazioni rilevanti, gestisce rapporti con banche, fornitori e clienti, interviene stabilmente nelle decisioni strategiche dell’impresa o esercita un’autonomia decisionale riconducibile alle funzioni dell’organo amministrativo. Il profilo rilevante non è la qualifica formale del soggetto, ma il ruolo concretamente svolto nella gestione della società.

La rilevanza di tali situazioni non dipende esclusivamente dalla corretta qualificazione dei ruoli societari. Nelle successive verifiche civili, fiscali o giudiziarie, l’accertamento dell’effettivo esercizio del potere gestorio può incidere direttamente sull’individuazione dei soggetti chiamati a rispondere delle decisioni assunte. Per questa ragione, la distanza tra assetto formale e gestione effettiva non rappresenta un problema meramente organizzativo, ma uno dei profili più delicati nella ricostruzione delle responsabilità connesse alla vita dell’impresa.

Particolare attenzione riguarda inoltre le situazioni nelle quali il controllo dell’impresa viene esercitato attraverso soggetti formalmente interposti. Non sono infrequenti strutture nelle quali quote, cariche o funzioni risultano intestate a coniugi, figli, familiari o collaboratori, mentre le principali decisioni gestionali, finanziarie o strategiche continuano ad essere assunte da soggetti diversi da quelli formalmente investiti delle relative funzioni. In tali contesti, la distanza tra assetto formale e gestione effettiva rappresenta uno dei profili maggiormente analizzati nelle successive verifiche giudiziarie.

In termini colloquiali tali soggetti vengono spesso definiti “teste di legno“. Sotto il profilo giuridico rileva invece l’individuazione del soggetto che abbia concretamente esercitato il potere decisionale e gestorio all’interno dell’impresa. In tale prospettiva assume rilievo la distinzione tra amministratore di diritto e amministratore di fatto.

Ulteriore profilo critico è rappresentato dalla commistione patrimoniale. L’utilizzo di risorse aziendali per esigenze personali, i finanziamenti privi di una chiara disciplina, i trasferimenti infragruppo non adeguatamente formalizzati, l’attribuzione di compensi non supportata da un percorso deliberativo verificabile o la gestione accentrata della liquidità tra più società possono rendere difficile distinguere l’interesse dell’impresa dagli interessi personali dei soggetti che ne orientano le scelte.

La regolarità contabile dell’operazione non è sempre sufficiente a chiarire il contesto gestionale nel quale essa è maturata. Un pagamento può risultare registrato correttamente. Un finanziamento può essere contabilizzato. Un trasferimento di denaro può apparire perfettamente tracciabile. Rileva invece la possibilità di individuare chi abbia assunto la decisione, sulla base di quali valutazioni e nell’interesse di quale soggetto. La distinzione resta quella tra fatto contabile e fatto gestorio.

Nelle situazioni di crisi tali anomalie cessano di apparire semplici prassi operative e vengono riesaminate alla luce della loro effettiva funzione economica e gestionale. Operazioni considerate per anni ordinarie possono essere successivamente interpretate come manifestazioni di una più ampia sovrapposizione tra interessi personali e interessi sociali, tra patrimonio dell’impresa e patrimonio dei soggetti che ne hanno orientato la gestione.

La tutela dell’amministratore e dei soggetti coinvolti nella governance non dipende quindi dalla sola correttezza formale delle registrazioni contabili. Dipende dalla capacità dell’impresa di mantenere nel tempo una chiara separazione tra ruoli, poteri, interessi e funzioni effettivamente esercitate. Questo principio rappresenta una delle costanti dell’intero sistema della responsabilità societaria. Nelle verifiche civili, fiscali e penali assume rilievo crescente non ciò che il soggetto risulta essere sulla carta, ma le funzioni che ha concretamente esercitato nella gestione dell’impresa.

Venuta meno tale distinzione, diventa necessario accertare chi abbia realmente assunto le decisioni, chi abbia orientato la gestione e chi debba rispondere delle conseguenze delle scelte compiute. In questo contesto l’accertamento si concentra progressivamente sulle funzioni concretamente esercitate piuttosto che sui ruoli formalmente attribuiti.


APPROFONDIMENTI CORRELATI


CONCLUSIONI: LA VERIFICABILITÀ DELLA GESTIONE COME LIMITE ALLA RESPONSABILITÀ DELL’AMMINISTRATORE

Molte delle criticità analizzate in questo articolo non emergono durante la normale operatività dell’impresa. Tendono a manifestarsi quando aumentano le pressioni finanziarie, fiscali, societarie o successorie. È in queste circostanze che la qualità degli assetti organizzativi, della governance documentale e della tracciabilità dell’attività gestoria diventa determinante nella valutazione dell’operato dell’amministratore.

Tra i profili che incidono sulla responsabilità dell’amministratore rientra anche la capacità di rendere verificabili nel tempo le scelte gestionali. Una società può crescere, produrre utili, rispettare gli obblighi fiscali e presentare una contabilità formalmente impeccabile. In sede di verifica da parte di creditori, autorità fiscali, organi della procedura o autorità giudiziaria, assume rilievo la possibilità di accertare chi abbia assunto le decisioni, quali informazioni fossero disponibili e quale percorso valutativo sia stato seguito.

Le maggiori criticità emergono spesso a distanza di anni, quando cambiano gli assetti proprietari, viene promossa un’azione di responsabilità, si apre una verifica fiscale o sopravviene una situazione di crisi. In quel momento diventano centrali i documenti conservati dalla società. La possibilità di dimostrare decisioni, valutazioni e controlli dipende dalla qualità della documentazione disponibile.

Un bonifico documenta uno spostamento di denaro. Una registrazione contabile attesta che un’operazione è stata eseguita. Verbali, deleghe, procedure, report gestionali e flussi informativi permettono invece di comprendere perché quella decisione sia stata assunta, quali informazioni fossero disponibili, quali rischi siano stati valutati e quale interesse sociale abbia guidato la scelta.

Nelle realtà più dinamiche questo rischio tende ad essere sottovalutato. Operazioni infragruppo, finanziamenti soci, attribuzione di compensi e processi decisionali informali vengono spesso considerati fisiologici perché inseriti nella normale operatività dell’impresa. Con il trascorrere del tempo, tuttavia, ciò che appariva evidente ai soggetti coinvolti può diventare difficilmente comprensibile per chi è chiamato successivamente a valutarlo.

Adeguati assetti organizzativi, decisioni formalizzate e conservazione della memoria organizzativa consentono di rendere verificabile l’attività gestoria nel tempo. Attraverso questa documentazione l’amministratore può dimostrare le valutazioni effettuate, delimitare il proprio perimetro di responsabilità e documentare le ragioni poste alla base delle scelte gestionali.

La capacità di conservare e rendere verificabile la storia gestionale dell’impresa rappresenta oggi uno degli indicatori più significativi della qualità della funzione amministrativa. Quando la memoria organizzativa viene meno, diventa più difficile ricostruire il contesto delle decisioni, delimitare le responsabilità, difendere le scelte adottate e mantenere separato il rischio d’impresa dal patrimonio personale di chi ha governato la società.


CONSULENZA GIURIDICA D’IMPRESA: LE DECISIONI STRUTTURALI

L’attività dello studio è strettamente orientata alla costruzione di architetture societarie capaci di preservare la stabilità patrimoniale e l’autonomia decisionale dell’imprenditore. Troppo spesso clausole standard, deleghe mal progettate o decisioni assunte per inerzia durante le fasi di crescita si trasformano nel tempo in un pericoloso Debito Legale. Con questa espressione identifichiamo l’insieme di vincoli giuridici, errori di governance, promiscuità finanziarie e fragilità strutturali che, accumulandosi nel tempo, riducono progressivamente la capacità decisionale dell’imprenditore ed espongono il patrimonio a rischi bancari, fiscali e societari.

Nelle imprese cresciute rapidamente, il Debito Legale emerge quando statuti, assetti di governance, accordi tra soci o strutture societarie iniziano a limitare la capacità di manovra strategica senza che l’imprenditore ne percepisca immediatamente gli effetti. La criticità si manifesta quasi sempre nelle fasi di maggiore pressione: verifiche tributarie complesse, tensioni bancarie, conflitti tra soci, passaggi generazionali o riallineamenti finanziari. È in questi momenti che la consulenza giuridica d’impresa smette di essere un semplice supporto tecnico e diventa una vera attività di progettazione strutturale.

L’attività è svolta da Matteo Rinaldi, boutique advisor alla guida di ESP. Il metodo integra diritto societario, fiscalità d’impresa e direzione strategica nella progettazione di architetture patrimoniali e assetti complessi. L’obiettivo non è la compilazione di documenti formali, ma il disegno complessivo dei poteri, delle segregazioni del rischio e delle responsabilità, garantendo strutture capaci di reggere nel tempo a pressioni operative, finanziarie e accertative.

Ogni intervento è personalizzato e concepito per proteggere la ricchezza accumulata e garantire la continuità operativa dell’impresa. Questo lavoro di alta advisory richiede il coordinamento centralizzato di diversi professionisti storici dell’azienda – notai, avvocati, commercialisti – affinché ogni singolo tassello del nuovo assetto giuridico sia coerente, difendibile e stabile di fronte alle principali autorità di controllo e alle tensioni del mercato.

L’attività viene coordinata da Milano, centro di riferimento per molte delle principali operazioni straordinarie, riorganizzazioni societarie e pianificazioni patrimoniali delle imprese italiane. È tuttavia essenziale chiarire un confine operativo: l’attività di advisor strutturale e patrimoniale non sostituisce l’attività dei legali patrocinanti né riguarda la difesa giudiziaria nei tribunali. Il ruolo è differente: agire a monte del problema, progettando l’architettura giuridica ottimale affinché l’impresa rimanga governabile, stabile e capace di contenere la propagazione del rischio finanziario.


DETERMINAZIONE DEL DEBITO LEGALE: AUDIT SULLA TENUTA DELLA STRUTTURA

La sessione di analisi strategica denominata Accesso Riservato (investimento iniziale di €300 + IVA) rappresenta lo stress test strutturale dedicato alla posizione dell’amministratore e alla tenuta dell’assetto societario e patrimoniale dell’impresa. Non si tratta di un controllo contabile ordinario, ma di un esame finalizzato a far emergere le criticità latenti e a mappare il livello di vulnerabilità dei flussi finanziari e patrimoniali prima che i margini di intervento si riducano irreversibilmente.

L’incontro può svolgersi presso lo studio di Milano o in videoconferenza riservata protetta dal più stretto segreto professionale. Attraverso una lettura tecnica e trasversale di bilanci, statuti e assetti di governance, l’audit individua i vincoli che minacciano la sicurezza del patrimonio. L’analisi permette di accertare se la struttura giuridica e patrimoniale dell’impresa stia realmente proteggendo il patrimonio oppure stia progressivamente assorbendo tensioni operative, debiti e rischi d’impresa, individuando promiscuità finanziarie, crediti deteriorati o operazioni esposte a possibili contestazioni accertative.

Il risultato dell’analisi è una mappa nitida della struttura e di protezione dell’impresa. Al termine della sessione l’imprenditore comprende con esattezza se l’architettura societaria stia difendendo la sua posizione o se il patrimonio stia progressivamente uscendo dal suo controllo. In caso di successivo conferimento di incarico per la progettazione o riorganizzazione dell’assetto societario e patrimoniale, il compenso della sessione viene integralmente imputato come anticipo tecnico sul mandato professionale.

VUOI MAGGIORI INFORMAZIONI? 

Siamo qui per aiutarti! Chiama subito al +39 02 87348349. Prenota la tua consulenza. Puoi scegliere tra una video conferenza comoda e sicura o incontrarci direttamente nei nostri uffici a Milano.

13 + 1 =